Pausa…

dicembre 3, 2008

Questo blog si piglia una pausa di riflessione, forse definitiva🙂
Grazie a tutti

And the winner is…

novembre 10, 2008

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Da spararsi

novembre 5, 2008

Sedetevi. Pensate un attimo a Obama e McCain. Poi a Veltroni e Berlusconi. Quindi a Dellai e Divina. Non c’è da spararsi?

Sanità d’eccellenza

novembre 4, 2008

sanita

Oggi ho accompagnato mia madre ottantenne da Trento a Rovereto per fare una tac. Tempo di attesa nella struttura pubblica: circa 3 mesi (se era da un privato, pochi giorni). Però mancava una carta, che avrebbe dovuto rilasciare il medico che ha fatto la prescrizione, una specie di nulla osta che attestava che non ci fossero controindicazioni per fare gli esami di “contrasto”.

Ergo il medico, anche giustamente, si è rifiutato di fare l’esame. L’addetta alla segreteria ha provato a telefonare al medico di base a Trento che ha fatto la prescrizione, per vedere se poteva mandare questo nulla osta via fax. Risposta: “Impossibile, qui non ho nessun fax e ho l’ambulatorio pieno di pazienti, non posso uscire per andare dal tabacchino”.

Dicono che nel Trentino abbiamo una sanità a livelli d’eccellenza, e sarà anche vero. Io so però che siamo tornati a Trento con le pive nel sacco, io ho buttato mezza giornata di lavoro, mia madre si è arrabbiata per il viaggio a vuoto e dovrà tornare un’altra volta e farmi perdere un’altra mezza giornata. Perché nella sanità d’eccellenza trentina il medico di base, nel 2008, non ha ancora il fax.

Bulgarian folk

novembre 1, 2008

Confesso: ho un debole per la musica folk, specie di origine balcanica e slava. Non so perché: la mia grande passione in realtà è il jazz. Nei miei viaggi nell’Est, Ungheria, Bulgaria, Romania, Polonia, Russia e Turchia, quando capitava ascoltavo con interesse le piccole orchestrine nei paesi, a volte di musicisti scalcinati, a volte bravissimi.

Con una radio a onde corte, quando ancora non c’era internet, ascoltavo di notte dei formidabili gruppi folk della Georgia, che non sono più riuscito a risentire. Oggi ho pescato per caso su youtube questo tizio, che non so chi sia, o meglio (poi mi sono informato meglio) si tratta di un bulgaro che pare sia famosissimo nel suo paese: Stefan Georgiev.

E’ una musica che mi ricorda le sagre di paese, la nostalgia delle feste semplici di una volta, che infonde una malinconica allegria. Il suonatore esprime la gioia autentica della musica, anche se nel video aleggia già la minaccia del moderno: l’imperdonabile giacchetta gialla di Stefan, la pretenziosità di un videoclip fatalmente casereccio, i due danzatori che appaiono vagamente ridicoli, coi loro balzelli leggiadri di un’epoca irrimediabimente lontana e perduta.

Così muoiono le api

ottobre 25, 2008

Sembra che il grido d’allarme sia unanime: «Le api stanno morendo in tutto il mondo, soprattutto nelle campagne». Lo dicono gli apicoltori di tutti i continenti riuniti a Torino per Terra Madre. Sotto accusa le nuove e potentissime molecole neurotossiche, usate massicciamente ormai su tutte le coltivazioni.

«Le api riflettono il degrado del nostro pianeta – affermano gli apicoltori – sono esseri indispensabili, caratterizzati da una complessa e fragile organizzazione e ci dicono che bisogna cambiare comportamenti». «Le nuove molecole neurotossiche – sostiene Francesco Panella, presidente dell’Unione Nazionale degli Apicoltori Italiani – usate in modo crescente su tutte le coltivazioni sono così potenti, in dosi infinitesimali, da trasformare la linfa vitale, per tutto il ciclo della pianta, in subdolo insetticida» [fonte La Stampa]

La morìa delle api suggerisce scenari da incubo, come quello profetizzato da Albert Einstein: «Se l´ape scomparisse dalla faccia della terra all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita». Senza gli insetti che impollinano i fiori non crescereanno più i frutti, e questo può essere l’effetto domino che mette a rischio l’intero ecosistema. Anche in Italia il problema è grave, pare che le api si siano ridotte del 30-50%.

Non ho idea di cosa accadrebbe se, effettivamente, sparissero le api. Certo non mi pare un bel segno sulla qualità dell’ambiente.

Lettera al Club Alpino Italiano

ottobre 22, 2008

Lettera di Paolo Rumiz al presidente del Cai Annibale Salsa, in occasione del 98esimo Congresso del CAI a Predazzo (Val di Fiemme, Trentino).

Caro Salsa, ti invio questo mio intervento perché sia letto nella sede appropriata. Mi dispiace non essere venuto, ma nella lettera capirai.

Cari amici,

E’ curioso che non possa essere qui tra voi perché il mio giornale mi ha spedito a occuparmi di montagna. Questa mia diserzione è figlia della stessa emergenza che sarà sul tavolo dei vostri lavori. Devo vedere cosa accadrà quando la scure dei tagli pubblici si abbatterà sulle ultime scuole lasciate a presidio delle valli più lontane e spopolate. Lo dico con dolore. Per l’ennesima volta devo monitorare un abbandono di terre alte che apre la strada ai… cinghiali, al degrado e al saccheggio delle risorse. Il mio disappunto per non essere qui a Predazzo è attenuato – ma solo in piccola parte – da questa mia “chiamata alle armi” a difesa dei territori di cui – oggi qui – vi occupate.

Questa mia non è una semplice lettera formale di scusa per un’assenza. E’ qualcosa di più. E’ un’invettiva contro il degrado della montagna di cui vorrei che il Cai tenesse conto, e quindi vorrei fosse considerato un intervento a tutti gli effetti. Ritengo che i lavori sulla Tutela ambientale debbano essere prioritari su qualsiasi altra discussione, tale è l’emergenza che ci troviamo a fronteggiare. Tutto il resto – reclutamento soci, cultura, manifestazioni – sono quisquilie rispetto alla trasformazione biblica cui stiamo assistendo e che la civiltà dello spreco fa di tutto per non farci vedere nella sua reale gravità.

Gli alpinisti non sono una casta. Essi fanno parte dell’Italia e non devono tutelare se stessi per costruirsi serre riscaldate, ma esporsi in prima linea – nel vento forte – per tutelare coraggiosamente il loro Paese, il nostro Paese, senza guardare in faccia nessun Governo, nessun colore politico, nessuna confraternita di pressione economica o politica. Vorrei che il Cai sapesse di essere una lobby e di avere una massa critica e una capacità di pressione sufficienti a cambiare le cose, una forza d’urto che esso può esercitare, se necessario, platealmente, facendosi sentire con iniziative clamorose sotto il portone del Palazzo. Non ci sono più alibi per defilarsi.

Ho cominciato a frequentare la montagna da bambino. Da adolescente ho sognato le prime arrampicate leggendo “Alpinismo Eroico” di Emilio Comici, e talvolta, inseguendo questo eroismo ho rischiato la vita da incosciente. Erano gli anni in cui, specialmente nella mia Trieste, le Alpi erano le sentinelle della Nazione. Da Aosta a Tarvisio gli Alpini uscivano ancora con i muli. Poi è arrivata la stagione adulta, il sesto grado, le nuove vie aperte in Pale di San Martino, Gruppo dell’Agner, Dolomiti della Sinistra Piave. A trent’anni ho lasciato l’arrampicata, quando ho messo su famiglia, ma ho continuato a frequentare la montagna con occhio attento alle sue genti e al suo habitat.

Negli anni seguenti ho raccontato l’Alpe come giornalista e scrittore, continuando a percorrerla in silenzio, e più la percorrevo, più aumentava la mia insofferenza per certo alpinismo – ginnico, narciso e dunque infantile – che puntava all’estremo ignorando tutto ciò che circondava lo strapiombante itinerario verso la vetta. Tutto, a partire dagli uomini. Essi non vedevano l’agonia dei ghiacciai, l’inselvatichirsi del territorio, la desertificazione dei villaggi, la requisizione delle sorgenti, l’aggressione agli ultimi spazi vergini, la cementificazione degli altopiani, la costruzione di impianti di risalita nel cuore di parchi naturali. Non reagivano allo smantellamento del paesaggio che la nostra Costituzione ci impone di tutelare.

Nel 2003, l’anno della grande sete, ho monitorato le Alpi, in un affascinante viaggio di quattromila chilometri dal Golfo di Fiume fino alle Alpi Liguri. Ne ho tratto un racconto a puntate uscito in 23 puntate su “la Repubblica”, una pagina al giorno. Il Grande Male che ci mina dall’interno era visibile ovunque, nel prosciugamento dei fiumi. Mai nella storia d’Italia, erano stati così spaventosamente vuoti. Il loro simbolo era il Piave, teoricamente sacro alla Patria, ma praticamente ridotto a un rigagnolo, un greto allucinante spesso più alto delle stesse strade che lo costeggiano. Uno stupro perpetrato dalla stessa Enel che aveva ereditato il Vajont.

Non esiste in Europa un Paese con i fiumi nello stato pietoso di quelli italiani. Le nostre acque non mormorano più, sulle nostre valli scende una cortina di silenzio funebre di cui nessuno parla. La gravità della situazione non sta solo in quelle ghiaie allucinanti, ma nel fatto che pochissimi le notino, nel fatto che TUTTO attorno a noi – dalla pubblicità audiovisiva nelle stazioni alla dipendenza nazionale dai telefonini – è costruito perché non ci rendiamo conto del disastro e continuiamo a dormire sonni tranquilli fino a requisizione ultimata delle risorse superstiti.

L’opinione pubblica italiana dorme, sta a noi svegliarla. Sta a noi, innamorati della montagna, ricordare che l’Italia è malata e nonostante questo c’è chi vuole succhiarle le ultime risorse. Una notissima multinazionale dell’alimentazione sta apprestandosi a requisire le ultime fonti dell’Appennino tosco-emiliano; altre società hanno catturato le residue sorgenti libere della Val Tellina con la scusa di preservare una risorsa preziosa. Si inventano eufemismi per consentire gli espropri: per esempio “neve programmata”, per nobilitare quel salasso di fiumi moribondi che si chiama innevamento artificiale.

Si afferma che pompare acqua dai fiumi serve a sostenere l’economia della montagna e quindi a evitare lo spopolamento, ma tutti – anche i citrulli – sanno che quegli impianti affogano in deficit spaventosi che la mano pubblica, resa sensibile da opportune donazioni, sarà chiamata a coprire con i nostri soldi. E tutti, nel comparto, sono a conoscenza che più nessuno in Austria, Francia, Slovenia, Svizzera e altre nazioni montanare d’Europa, programma seggiovie a quote dove la neve non arriva se non episodicamente.

Ma la grande scoperta della mia vita di giornalista è stata l’Appennino, che ho percorso metro per metro nel 2006, dando vita a un’altra serie di reportage. Ho scoperto un arcipelago di meraviglie e una rete di uomini-eroi che si ostinano a resistere in quota perché hanno la lucida certezza che l’equilibrio del nostro Paese dipende dalle terre alte. Un’Italia minore, dimenticata dal potere, della quale temo che il nuovo federalismo in auge servirà solo a sdoganare il saccheggio.

Il simbolo di questa aggressività suicida del Paese verso la sua montagna l’ho visto incarnato nella pastorizia, massacrata di divieti e schiacciata da un’alleanza fra burocrati di provincia e una grande distribuzione che spaccia nei nostri negozi carne straniera senza nome e senza qualità. La pastorizia, cenerentola dimenticata, dopo essere stata per secoli inestimabile ricchezza del Paese.

Sempre più spesso capita che ai piccoli comuni spopolati e in bolletta si presentino emissari di grandi aziende che, in nome dell’equilibrio ambientale e altre cause nobili come l’abbattimento del CO2 o il salvataggio delle acque, propongano la costruzione di piccole o grandi centrali, come quella a biomasse che presto stravolgerà la parte più intatta dell’Appennino parmense. Senza più lo Stato alle spalle, questi Comuni non hanno più gli argomenti tecnici e la capacità contrattuale per dialogare alla pari con questi giganti danarosi, capaci di mettere a tacere qualsiasi resistenza. La montagna da sola non ce la fa a proteggersi. Anzi, talvolta è la peggior nemica di se stessa.

Per questo credo che, oggi nel Cai, il ruolo di sentinella dell’Alpe vada rivisto. Noi soci restiamo sentinelle, certo: sapendo però che il nemico non è più esterno alla frontiera, ma abita qui e si muove come vuole nella finanza, nell’economia e nella politica del Paese. Per batterlo serve un’alleanza fra città a provincia, alpinisti e montanari. Il Cai deve ritrovare lo spirito delle origini, laico e indipendente dell’Italia post-risorgimentale che partì alla scoperta di se stessa, monitorando, crittografando, esplorando con passione ogni angolo sperduto del territorio appena unificato. L’Italia è un Paese di montagna, e non voglio che diventi un’esausta colonia, a disposizione di poteri senza patria.

E verrà un giorno in cui i fiumi si svuoteranno, l’aria diverrà veleno, i villaggi saranno abbandonati come dopo una pestilenza, giorni in cui la neve e la pioggia smetteranno di cadere, gli uccelli migratori sbaglieranno stagione e gli orsi non andranno più in letargo. Verrà anche un tempo in cui gli uomini diverranno sordi a tutto questo, dimenticheranno l’erba, le piante e gli animali con cui sono vissuti per millenni.

Sembrano le piaghe d’Egitto. Invece è l’Italia di oggi. Pensate che uno ci dica tutto questo, un profeta solitario incontrato per strada. Gli daremo del matto? Oppure taceremo per la vergogna di ammettere che è già successo e di non aver fatto niente per impedirlo?

Paolo Rumiz

da http://freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=7954814

Si spara pure ai cormorani

ottobre 21, 2008

Sembra che un cormorano mangi 450 grammi di pesce al giorno. Per sfamarsi, mica per divertimento. Questo però dà noia ai pescatori, che hanno fatto pressione su chi di dovere in Provincia perché si possano abbattere i cormorani colpevoli di fargli “concorrenza”.

La Giunta Provinciale ha quindi dato il via libera all’uccisione di 30 cormorani. E precisamente: 12 esemplari nel Sarca, 8 nell’Adige, 2 nell’Avisio, 3 nel Noce (zona Rocchetta), 1 nel Brenta, 2 nel Noce (zona Ossana), 1 nel lago di S. Massenza, 1 nel Lago di Cavedine (da l’Adige di oggi).

Mi piacerebbe vedere (si fa per dire) la faccia di quello che ucciderà un solo cormorano, nel Lago di Cavedine o di S. Massenza. Dico, un solo cormorano! Ma che senso ha?

Poi si parla di tutelare la natura, l’ambiente o la biodiversità. Basta che si alzi un cretino qualsiasi una mattina con un’idea balzana per difendere l’interesse di qualche lobby che subito l’accontentano. Ma quanto pesce consumano in media ogni giorno i signori pescatori? E per quale ragione questi dovrebbero avere la precedenza, anzi il diritto di vita e di morte, su altri essere viventi che lo fanno per sopravvivere? Si badi che stiamo parlando di garantire il “divertimento” di una categoria di persone che si definiscono sportivi. Sinceramente, mi vergogno di essere trentino.

Pelle d’oca!

ottobre 17, 2008

Su Youtube degli amici mi hanno segnalato questo pezzo musicale, “Io sono della Val di Non“, scritto da Igor Portolan dei “Valium Band” di Campodenno.

Ora tenetevi forte: pare che possa diventare “l’inno” della valle per l’interessamento di un noto politico locale e dell’Apt (vedi l’Adige 15/12/2007). No comment.

I cervi in paese

ottobre 15, 2008


Un cervo maschio fugge a rotta di collo al nostro arrivo

Sono andato a vedere i cervi nel Parco Nazionale dello Stelvio. E’ la stagione degli amori, i bramiti impressionanti dei maschi squarciano il silenzio dei boschi. L’idea era di provare a fare qualche foto e qualche videoripresa. Ci siamo alzati alle 5 di mattina e siamo arrivati a Malga Stablaz con le prime luci dell’alba. Poco sopra la malga c’è una vasta conca dove gli avvistamenti sono quasi “garantiti”.

Invece che arrivare di soppiatto, furtivi, siamo sbucati come due bagonghi, vestiti di rosso. All’inizio pareva tutto deserto, poi il mio vigile occhio ha individuato due cerve immobili tra la brughiera che ci fissavano. Appena il tempo di dire “eccoli!” che improvvisamente si sono “materializzati” decine di cervi che si sono messi tutti a scappare a rotta di collo. Neanche il tempo di puntare il teleobiettivo.

Qualcuno aveva detto che nella stagione degi amori i cervi “non capiscono nulla” e non badano alla presenza dell’uomo. Infatti s’è visto: dopo il fuggi fuggi si sono fermati in una zona lontanissima, in ombra, un vero schifo per le riprese video fotografiche. Col mio 320 mm si vedevano a malapena dei puntolini. La videocamera aveva un teleobiettivo molto più potente, un 800 mm, ma a tutto tele era un calvario inquadrare i cervi ad una distanza superiore a 400 metri, sia pure con un solido cavalletto.

Insomma un disastro. Ci voleva forse meno approssimazione, più pazienza. Abbiamo sbaraccato tutto e proseguito il giro in montagna che avevamo in mente. Questo mi ha confermato, se mai ce n’era bisogno, una verità incontrovertibile: fare riprese serie durante una gita in montagna è incompatibile. O fai la gita o fai le riprese. Non c’è una via di mezzo.

Alla sera, col buio, siamo andati a vedere i cervi con l’auto. Sissignori, avete capito bene: con l’auto. Sembra incredibile ma appena fuori dal paese di Cogolo, in una grande spianata di prato, pascolano tranquillamente i cervi a poche centinaia di metri dalle case. Giri un po’ l’auto e illumini coi fari i prati a lato della strada: decine di occhi rossi si muovono nel buio. Gli animali se ne stanno lì tranquilli, abbiamo puntato coi fari un grosso maschio a non più di 6-7 metri sul bordo della strada. Ha alzato un po’ la testa, poi si è allontanato pigramente.

Sono sceso guardingo dall’auto, in punta di piedi, ed ho tentato l’avvicinamento in stile “gatto silvestro”. Rapide e felpate corsette mentre il cervo brucava, fermo immobile appena alzava la testa. Sono arrivato a soli 10 metri di distanza, riparato alla vista da una baracchetta. Ma la luce dei fari della macchina, rimasta a 100 metri di distanza, era troppo debole e toccava scattare con tempo di posa di qualche secondo a 1600 iso: improponibile. Ho scattato qualche foto “a panza” e ciao.

Mi sono interrogato sul fatto dei cervi che pascolano appena fuori dal paese: come mai lo fanno? E’ un buon o brutto segno? Non ho ancora trovato una risposta…

PS: la foto fa schifo lo so, ma ecco il cervo illiminato dai fari dell’auto


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